Orto di carta, un’officina di ortocoltura etica

É un venerdì di aprile. Me ne sto seduto ai piedi di una montagna, l’aria mi sferza il viso, pungente, decisa; è uno schiaffo amichevole, un messaggio gonfio di certezze. É l’eco lontano di un inverno rigido (anche se quest’anno si dice non sia stato particolarmente rigido), ma allo stesso tempo è il cielo terso, un vago sentore mieloso di un gelso in fiore. É un giorno di pioggia, cupo, umido, ma nonostante la giornata uggiosa percepisco il cambiamento imminente, il lento svolgere delle stagioni. I piedi affondano nel fango, quando varco la soglia di un luogo sospeso, riparato da fronde di salici, lontano dallo sguardo. É un odore di terra bagnato, odore animale. Siamo ai piedi del Monte Gregorio, imponente sentinella che vigila la stretta via verso la Valle d’Aosta. Siamo a Lessolo, o forse Calea, o forse nessuno dei due, perché poi si alimentano dissapori, eterne diatribe tra campanili, siamo in una terra di mezzo, una terra in cui si celano loro, agguerriti difensori della terra, indefessi filosofi del campo, impiegati della pianta, artigiani del frutto. Sono due giovani, o forse non più giovani, o forse persone senza tempo, che da otto anni presidiano un fazzoletto di campagna fertile e rigoglioso. Hanno tirato su una casa con le loro mani, un edificio piccolo, piccolissimo, a metà tra una casetta e un tepee, rialzato da terra su pali di legno. Tutt’attorno ci sono animali, oggetti un po’ ovunque, si vede il pensiero dietro ogni cosa, si percepisce la volontà di non voler gettare nulla, il senso di dignità delle cose. C’è una serra poco più in là e, oltre, alcuni quadrati di terra coltivati. A parte questi settori addomesticati, tutto il resto è selvaggio e asimmetrico. Spontaneo. C’è una vasca da bagno arrugginita, appoggiata in un angolo, ad accogliere la pioggia e un sistema molto casalingo di tubi e raccordi per portare l’acqua su tutta la superficie.

Sbarcare qui, vestito tutto pulito, con l’andatura cittadina, mi fa sembrare un po’ goffo. Non sono mai stato un uomo di campagna. Eppure sento il richiamo di questo luogo, perché qui è dove posso venire a fare domande che mi stanno a cuore, posso parlare, annusare, ascoltare, immagazzinare insomma stimoli fondamentali per la mia ricerca del cibo etico. Sono alle porte di Ivrea, dicevo, e sono venuto per conoscere due folli visionari, Nicola Savio e Noemi Zago. Dico visionari anche se poi non c’è nulla di così visionario nel loro approccio, ma hanno un’energia nel fare le cose, che li rende forti, che rende il loro lavoro così importante e potenzialmente in grado di cambiare le cose. Nicola e Noemi sono fuggiti dalla città per trovarsi una dimensione finita, una dimensione in cui poter chiudere il cerchio delle proprie esistenze senza innescare dipendenze da nessuno. Hanno fatto una scelta necessaria e da quella scelta hanno iniziato a irradiare buoni sentimenti, storie che riempiono chi le ascolta di voglia di cambiare il mondo.

Mi sono accomodato in casa, un caffè bollente tra le mani, e abbiamo iniziato a parlare. Sgombero immediatamente il campo da questioni bucoliche o romantiche, non si tratta di sognatori, tutt’altro. Si tratta di persone pragmatiche e disilluse, di persone concrete. Non si perdono in inutili esaltazioni della terra, fanno la vita che vogliono, certo, non hanno rimpianti, ma non nascondono di essere stanchi e provati. La casa è piccola, mi dicono, e vorrebbero allargarla, ma il lavoro ha la precedenza. Si sono votati alla terra, studiano, provano, insegnano, amano le loro piante e queste terre sono la loro vita. Nonostante siano isolati, in realtà hanno stretto molti rapporti. Arrivano da esperienze sociali di guerrilla gardening, progetti di orticoltura cittadina, sono agricoltori anarchici. Hanno una visione comunitaria dell’orto e questa è la cosa che mi piace di più. Dialogano col territorio, credono nella cooperazione; attorno al tavolo, tra lo scricchiolio delle assi di legno, nasce un bel discorso sull’importanza del fare rete e ci troviamo ad affrontare molti argomenti che mi stanno particolarmente a cuore, come l’etica e la responsabilità del cibo. Parliamo soprattutto di filiera, e la filiera, care lettrici e cari lettori, è il nodo più importante, è il vero muro che separa il cibo etico dal cibo semplicemente buono. Bisogna lavorare prodotto per prodotto e costruire rapporti  per ogni singola filiera. Bisogna tessere la tela della fiducia che colleghi il primo attore, il produttore, all’ultimo, il consumatore. Bisogna fare quello che loro fanno nei loro orti, progettando un sistema chiuso e auto alimentato, in cui soggetti antagonisti non lavorano uno contro l’altro ma entrambi insieme per il sistema. É un cerchio chiuso non dipendente da nulla. Noi artigiani, i produttori, i ristoratori, possiamo lavorare contemporaneamente senza fagocitarci, ma tutti per un comune obbiettivo, un cibo etico e sostenibile. Per fare questo è necessario l’ascolto, perché ascoltando le esigenze reciproche si riesce a determinare la direzione più conveniente per tutti. Un ecosistema eterogeneo e diversificato è un ecosistema ricco e forte e questo mi sembra lo scenario più auspicabile per tutti. Molto è stato già fatto, come ad esempio associazioni come Ecoredia, che da vent’anni lavora sul territorio, e che ha creato una bella rete di duecento famiglie a cui stanno a cuore i temi etici del cibo, ma credo che sul versante delle aziende trasformatrici ci sia ancora molto da fare, e su questo con Nicola e Noemi ci troviamo profondamente d’accordo, auspicandoci che tale cooperazione possa nascere presto.

Il caffè è finito in fretta e così anche il tempo. Vi assicuro che chiacchierare con queste due belle persone è stato molto illuminante, perché a volte basta parlarsi, respirare lo stesso profumo, per ritrovare un mondo comune, in cui nascono le belle iniziative e spero che con loro nasca una collaborazione futura utile e formativa. Lascio questo rifugio nascosto nel mezzo della natura deciso a perseverare nell’azione rivelatrice dell’incontro, sicuro che le parole spese ad un tavolo comune, sopra il medesimo caffè, siano molto più importanti di mille parole solitarie. Nicola e Noemi mi insegnano che si può combattere ogni giorno, strenuamente, testardamente senza vederne la fine, anche, ma quest’energia è energia che resta nell’aria. Un giorno il vento che dal Monte Gregorio scende freddo e pungente smuoverà quest’energia e la porterà in un luogo qualsiasi, dove un’idea qualsiasi di un uomo qualsiasi se ne nutrirà diventando qualcosa di speciale. Bene, cari voi che ve ne state al di là dello schermo, ora quest’energia passa anche un po’ a voi.

Sono in cerca della Pasticcerie Etica, come sapete, da un po’ di tempo, me ne vado in giro per questo territorio splendido ad ascoltare storie utili e belle come quella di Nicola e Noemi e del loro Orto di Carta, e più procedo nel mio cammino di conoscenza e più mi imbatto nel più grande degli ostacoli, la solitudine, l’isolamento. Una volta di più ho trovato conferma del fatto che la mia terra sia piena di persone pronte a collaborare, ma ancora si fa fatica a innescarle queste collaborazioni. Ne approfitto per lanciare un appello, a tutti i miei lettori e le mie lettrici, di farsi avanti se ci sono idee o spunti su come dare vita a un bel dialogo sul tema dell’etica del cibo. Io andrò a visitare altri luoghi e altre persone, se ci sono consigli su chi lavora bene vi prego di segnalarmeli, o con un commento, o alla mail federciani@gmail.com.

Intanto grazie per avermi letto e in molti casi riletto.

 

 

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