Olivetti, Ivrea e il mio patrimonio

In questi giorni, gentili lettori e gentili lettrici, qualcosa di speciale è successo. In un luogo remoto, dall’altra parte del mondo, in Barhein, è stato conferito alla mia città, Ivrea, il riconoscimento di “città industriale del XX secolo” e di Patrimonio Mondiale per l’Unesco. In periodo di mondiali mancati è senz’altro una bella soddisfazione, ma c’è qualcosa in più che vorrei dire.

Io ho vissuto diverse vite, e una di queste è stata altrove, altrove da questa città, altrove dalla sua storia, dal suo profumo. Come spesso succede c’è una fase della vita in cui ci si deve emancipare, a costo di rigettare parte del passato. Ma poi, lontano da qui, ti ritrovi a parlare con la nostalgia tipica dei fuggitivi, quell’odio/amore per la tua terra. Volente o nolente racconti te stesso attraverso proprio i luoghi da cui arrivi. Io arrivo da questa città, e in questa città, per quelli giovani come me, o meno giovani, insomma, gli ultra trentenni, parlare di Ivrea vuol dire parlare della Olivetti. Chi viene da questa città ha il naso triste e gli occhi lucidi, non c’è niente da fare, perché ha visto vecchie foto, sentito vecchi racconti, e quando decide di farsi quattro passi per la città ha sotto gli occhi le rovine di tutto quello. Chi come me arriva da qua scuote la testa, allarga le spalle, e triste se ne va; perché stiamo scontando il declino della generazione che ci ha preceduto. Non solo per quello che si è perso, ma per l’oblio che annega nell’indifferenza un tale tesoro.

In questi giorni qualcosa di speciale è successo. La visione di un uomo, di una comunità ormai data per morta e sepolta, è stata consegnata al mondo, lucidata, grazie allo sforzo di tanti concittadini. Non che questo riconoscimento riporti nulla in vita, ma spero che riporti l’orgoglio e la voglia di fare. Riporti tra le vie di questa città quell’energia che nel secolo scorso ci ha reso grandi.

Nel mio disegno ci sono due persone, una è Adriano Olivetti, colui che questa città l’ha immaginata, l’ha creduta possibile e poi l’ha realizzata; l’altra è sua figlia, Laura Olivetti, che negli anni, fino alla sua scomparsa nel 2015, si è tanto spesa per il patrimonio culturale di Olivetti. Questo riconoscimento è quindi anche figlio suo.

Noi prendiamo in mano questo tesoro col compito non di musealizzarlo ma di farne linfa vitale per il nuovo. Perché Ivrea ha conosciuto il realizzarsi di una visione, quindi sappiamo che si può fare. Non ci resta che crederci e realizzarne una nostra. Scusate se parlo al plurale, ma penso che il giorno in cui un territorio fatto di singoli inizierà a collaborare, beh, quel giorno Olivetti o chi per lui tornerà a splendere in questa città.

Nell’attesa che ciò accada, buona fortuna a noi…

One thought on “Olivetti, Ivrea e il mio patrimonio

  1. Purtroppo, o per fortuna, in Barhein il riconoscimento è stato dato alla Olivetti – Alla e no all’ Olivetti-. Quello che Adriano Olivetti ha fatto con l’aiuto dei suoi collaboratori, era fattibile in qualunque città del mondo. Quindi, Ivrea e gli eporediesi, c’entrano poco. Un Natale Cappellaro, poteva nascere anche in Australia ma, un Adriano olivetti che, invece di licenziarlo perché, in fabbrica si annoiava, gli ha dato la possibilità di inventare la Divisumma, no. Un Toscano, tale Sargentini che si presenta al ballo per la sua laurea in ingegneria con uno smoking rosso con le pailettes e diventa il direttore dell’ IRUR – Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese -, perché ” uno che ha il coraggio di andare a quel ballo con uno smoking rosso, ci serve” disse Adriano Olivetti, poteva trovare un lavoro solo alla Olivetti. Non so se ha visto lo stupendo spettacolo di Laura Curino il sogno possibile. Ad Ivrea, prima ancora con il padre Camillo, tutti erano scettici e poco attratti dalle idee di un ebreo sposato con una valdese -Luisa Revel -. Qualcosa viene fatto. Poco ma meglio di niente.

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