Morandin, un uomo senza fretta

La sua mano, una mano sicura, scivola sul banco, danza mentre racconti, aneddoti si susseguono. Parla lentamente, pesa ogni parola, come un cantastorie al centro dell’arena. Potrebbe raccontare le vicende di ogni singola colomba o panettone che nella sua carriera ha tirato fuori dal forno, e tu l’ascolteresti all’infinito. Ti racconta dei drammi, perché di drammi, in una vita, ce n’è purtroppo tanti, con leggerezza, con un sense of humour affilato. Lo ascolti perché la sua vita è un po’ la tua, perché lui è proiezione di quello che potresti essere dopo sessant’anni di carriera e perché il suo entusiasmo è come il tuo, nonostante i quasi ottant’anni, nonostante gli acciacchi e la stanchezza.

Amici lettori, amiche lettrici, ho da raccontarvi una bella storia, una storia lenta, una storia senza fretta. Al centro di questa storia c’è una stirpe, un susseguirsi di discendenti che ogni giorno rinnovano sé stessi, ogni giorno reiterano la propria crescita e la propria riproduzione. É la storia di una manciata (si fa per dire, siccome parliamo di 10⁶ esserini malamente allineati) di organismi monocellulari che nascono, crescono, si fortificano, mangiano e si riproducono. Un bambino che nell’arco di una notte si fa madre. Come un moderno demiurgo, con le sue mani nodose e attente, Rolando (non chiamatelo maestro, per carità!) lo cura, ogni giorno, da sessant’anni. Non pecco di retorica nel dirvi che a tratti sembra quasi di scorgere nei suoi occhi il velo umido dell’orgoglio, non so se avete presente quel sentimento paterno nell’osservare il proprio figlio, quando ne parla e sussurra a mezza voce che il lievito che lui cura è suo, solo suo e riconosce le sue mani tra mille altre. Poi, in un certo senso, lascia porzioni identiche di quel lievito ad altri aspiranti “padri” e da quel momento, dal momento in cui se ne separa, non è più suo, diventa figlio di qualcun altro, si abitua alla mano altrui. Ma nella memoria, nel corredo genetico, porterà sempre il ricordo di chi l’ha creato.

Rolando è un cantastorie di razza, modula la voce, si ferma, lascia che il silenzio termini le sue frasi, poi riprende. Fissa dritto negli occhi. Conosce la Storia, la tradizione, conosce, perché ha studiato, ha la curiosità di un ragazzino, e, signori e signore, è un uomo che ammette di sbagliare. Forse questa è la sua più grande peculiarità. Poi ascolta, ascolta tutti, qualsiasi domanda, qualsiasi osservazione è degna di attenzione e di riflessione e, a differenza di molti artigiani navigati, risponde sempre. E quando dico sempre, intendo sempre. Questo è il punto della storia in cui compare Francesca, la figlia di Rolando. Francesca è giovane, arzilla, tracima passione, come suo papà. É la naturale sua prosecuzione, nel senso che ne ha ereditato la conoscenza, l’intelligenza, ma da lui se ne è distaccato per studiare la scienza, la chimica, la fisica che ci sta dietro il lievito. Assieme formano una squadra imbattibile, una coppia che per diversità di approcci riesce nell’intento di sperimentare, di muovere la scienza dei lievitati un passo in avanti e allo stesso tempo di fare chiarezza nella didattica. C’è sempre una tensione, una corda vibrante tra i due, si muovono in equilibrio tra vecchio e nuovo, come equilibristi avanzano con grande coordinazione, Rolando si lascia trasportare dai ricordi, Francesca lo frena, con delicatezza contiene la memoria infinita del padre, mentre lui sa frenare la tendenza ai tecnicismi di lei, ammorbidendola con un po’ di ironia e di umanità.

L’umanità è senza dubbio ciò che mi porto a casa assieme ad un pezzo del Suo lievito. L’umanità di essere sempre al servizio dei propri prodotti; mai farsi sopraffare dal proprio ego, mai mettere il prodotto in secondo piano. Parla del lievito, non parla di sé, perché lui è ciò che ha fatto, e ciò che ha fatto è stato sempre rendere il miglior servizio alla materia prima. Rolando è una persona umile e le persone umili sono persone importanti.

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