Le fabbriche della felicità

È domenica. Torino. Gente, gente, gente e ancora gente. In ogni angolo, non puoi evitarla. È gente eccitata, a volte stanca e stufa, altre ansiosa di arrivare da qualche parte. Risultato: formichine brulicanti intente ad evitarsi.

È domenica, dicevo, e passeggiare da solo è l’unico modo per non soccombere. Percorro via Roma, caotica di presenze in cerca dell’omaggio, tra i banchi di una vasta quanto inutile CioccolaTo. Cammino, cammino, schivo gente, evito auto in coda, Piazza Castello, via Garibaldi e giù giù giù fino a piazza Statuto. Qui si dirada la folla e io tiro un sospiro di sollievo. Nel frastuono di una città viva mi fermo e mi siedo su una panchina fredda. In tasca ho un piccolo gianduiotto dorato in mezzo ad altri. Mi sorprende, cosa ci fa lì? Decido di mangiarlo; è l’unico ostaggio che sono riuscito a prendere prima della mia fuga dal centro. È un piccolo tesoro, donatomi in una piccola boutique in via Maria Vittoria, un luogo piccolo ma elegante. La signora Castagna me lo ha dato ed io me lo sono portato fin qua.

Su questa panchina, fredda ed inospitale, un gianduiotto mi scalda il cuore. Chiudo gli occhi, perché certe cose vanno mangiate così, al buio. Mi lascio cullare dal gusto goloso e rassicurante. È un pezzo di storia torinese, questo, e la solennità delle sue nobili origini impone serietà. Quando riapro gli occhi eccomi qua, è Torino questa, certamente, ed è piazza Statuto, ma non sono io e non è il mio tempo, è un tempo remoto, quando ancora tutto questo frastuono di auto non c’era, e non c’era questa panchina. A fianco a me un uomo, è basso, magro e dagli occhi profondi e vispi. È un uomo di altri tempi, ma qui sono io ad essere estraneo, quindi egli è quello che tutti gli uomini di questo tempo sono: doppio petto, capelli corti pettinati all’indietro e folte basette che si uniscono a baffi curati. Porta un papillon e mi guarda, poi fissa l’orologio, lo rimette nel taschino e mi fa segno di seguirlo. Quello che vedo, camminandogli dietro a passo spedito, è una città molto diversa, è una città operosa, attraversata da canali; qui in particolare ce n’è uno abbastanza largo. L’uomo indica uno stabilimento costruito sulle sue sponde. –Questo è dove tutto è incominciato– mi dice solenne. Ci avviciniamo. Una targa recita: “Conceria Watzembourn”. Io non devo risultare molto convinto. -Lì-, mi dice indicando una grossa pala di legno per metà immersa nelle acque torbide del canale, -lì è dove funzionò per prima la mia macchina, la macchina pel trittolamento del cacao, zuccaro e droghe, e per tutte…-, -Fermo!- gli dico, -ho capito, ho capito…-. Mi guarda perplesso, ma poi prosegue: –…e per tutte le operazioni a un tempo della preparazione del cioccolato e con un solo operaio!- Inspira. Poi mi guarda solenne. -Questa macchina è ciò che ha permesso al cioccolato e all’industria del cioccolato di esistere.- Sono confuso. Cosa centra una conceria di puzzolente e gommosa pelle, colla sublime cremosità della cioccolata? Poi guardo lo stabilimento ed è così lontano dal concetto di industria che sono abituato a conoscere. L’uomo deve aver capito la mia perplessità e prosegue -Ho preso questa conceria e ne ho usato i meccanismi del mulino per far funzionare il mio congegno. Tutti qua mi hanno poi copiato: Rigozzi, Giuliano, più in là Giroldi e il suo insulso cioccolato alla cannella, e poi Gay e Moriondo…Tutti!- Osservo curioso i pesanti meccanismi e penso che siamo nel 1820, e questa ruota, la grande pressa che tritola all’interno sono il futuro. Passeggiamo lungo il canale e l’uomo continua a raccontare: -Questo è il Canale Ceronda Ramo Destro, e se camminiamo un po’ negli anni vedrai una fabbrica lì- indica un punto sulla sinistra. -Quella è la Caffarel, di Paolo Caffarel, mio allievo, quell’altra è la Talmone; poi se guarda laggiù in fondo…- indica uno stabile cinquecento metri più in giù. -Quella è la fabbrica d’armi, sempre dei Talmone-. Proseguiamo la passeggiata e ad un certo punto gli chiedo: -Ma voi chi siete?- -Sono Giovanni Martino Bianchini, Cioccolatiere della famiglia reale. Piacere-. Il canale si snoda lungo tutto corso Regina Margherita, corso S.Maurizio, via degli Artisti e poi si tuffa nel Po. Il signor Martini mi lascia, arrivati al fiume, dopo avermi raccontato la storia della grande industria del cioccolato torinese e delle sue grandi famiglie. Mi racconta di come il re, preso per la gola, e forse anche un po’ per il portafogli (che poi lui non neanche aveva) abbia ridisegnato quel pezzo di città che è San Donato, per poter agevolare il commercio nascente del cioccolato. E mi racconta anche della corsa all’oro che iniziò proprio con la sua macchina, quando produrre cioccolato divenne un affare. Il canale non bastava più a tutte le ruote di tutti gli stabilimenti che sembravano crescere come funghi, e tutti chiedevano a gran voce un canale più grande. È una storia affascinante quanto avvincente, questa, e poi è la storia che tocca tutti noi, golosi di questo mondo.

Ci lasciamo arrivati al Po e mentre di schiena lo vedo allontanarsi lo fermo, lo rincorro. Tiro fuori un gianduiotto e glielo porgo. Questo è il futuro gli dico. Lui con grande cerimonia apre l’involucro ed inizia a mangiare. Chiude gli occhi. I baffi sporchi e l’espressione seria. Passa qualche secondo, apre gli occhi e sorride. -Grazie giovane amico-. Lo lascio andare questa volta. Io mi avvio dalla parte opposta.

Quest’uomo, elegante e appassionato, è il punto di partenza dell’homo industrialis; lui che con quattro lavoranti ed un apprendista iniziò il cammino verso l’industria dolciaria e che rivoluzionò in qualche modo il mondo di allora. In tasca ci sono poi i gianduiotti di Guido Castagna, uomo di oggi, senza doppiopetto e senza baffi, ma con la stessa profondità dello sguardo, che con i suoi quattro lavoranti e un apprendista (non ho conoscenza del numero esatto di dipendenti, ma non penso sia partito tanto lontano da qui) iniziò il cammino verso un’altra rivoluzione, quella che lascia alle spalle il frastuono dell’industria per tornare al cioccolato ed al laboratorio artigianale.

È un cerchio che inizia e finisce con un gianduiotto, di mezzo duecento anni. Sono ansioso di sapere cosa ci riservano i prossimi duecento anni, nella speranza che al centro del cerchio, forza centripeta dell’evoluzione, non ci sia più il profitto, ma magari il prodotto, l’ecosistema e, ma sì, perché no, la dignità del lavoro. Mentre mi immagino tutto ciò, mi scarto un altro gianduiotto, piccola isola felice di questo presente.

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