L’alimentazione è felicità?

Qualche giorno fa è stata la giornata mondiale dell’alimentazione, un argomento che come sapete mi sta molto a cuore, così come sta a cuore alla quasi totalità delle persone. Viviamo di cibo, la nutrizione ci è necessaria per la vita e che lo vogliamo o no non possiamo esimerci dal mangiare.

Ma  alimentazione vuol dire qualcosa di più che semplicemente mettersi qualcosa nello stomaco. Il cibo è filosofia per molti di noi, è religione e l’alimentazione è un atto sacro. Come mi è già capitato di dire da queste parti, ingerire un qualsiasi alimento vuol dire entrare in contatto con il suo passato, il nostro passato e in gran parte scrivere la storia di quell’alimento specifico per il futuro. Il modo con cui lo cuciniamo, il rispetto che gli accordiamo, così come la gestione dello scarto, fanno sì che noi siamo gli ultimi depositari del destino di quel cibo. Mangiare quindi diventa atto responsabile, atto consapevole.

Ma che cos’è realmente il cibo, l’alimentazione? Ragionare sull’alimentazione si prefigura come qualcosa di molto insidioso e complesso, ma ci provo, circoscrivendo le parole a piccoli aspetti che però sono importanti e degni di essere approfonditi.

Il primo requisito per un buon discutere è lasciare stare le semplificazioni, tanto utili alla comunicazione spiccia, quanto deleteri per il mondo. Eviterò di dire che “per vivere bene bisogna mangiar sano”, perché questa affermazione conterrebbe l’irritante pretesa di tracciare una linea retta tra due luoghi, in questo caso benessere e alimentazione, laddove poi però il terreno tra loro presenta valichi scoscesi, vette insormontabili, sentieri contorti e nascosti e dove quindi un collegamento diretto non esiste. Non esiste persona infelice che risolve sé stessa mangiando sano. Sono due aspetti lontani e profondamente diversi. Certo, mangiare bene porta serenità, ma bene non è sano e serenità non è benessere. Sembra una banalità, ma è una banalità scomoda, perché impone alla discussione grandi tematiche a volte insormontabili.

Io amo il cibo e amo mangiare. Amo mangiare bene, amo i prodotti genuini, amo le ricette semplici. Ma sono io, uno che mangia sano? Il cibo è senza dubbio capace di portarmi benessere, quando stimola il mio lato giocoso o godereccio, il che però esclude l’essere sano. Anzi, nel contesto di salubrità è proprio la trasgressione a portare soddisfazione.

Viceversa, se sono in pace, se ritengo il mio uno stato di benessere, non è assolutamente scontato che sia spinto a mangiare sano. Come si può allora conciliare, unire i due aspetti?

Non si può. O meglio, non ha senso farlo. Mangiare sano è mangiare sano, il benessere è il benessere. In questa tautologia ci metto tutta la profondità filosofica del cibo, il suo essere contraddittorio e allo stesso tempo risolutivo.

Questo aspetto mostra molto chiaramente un fatto molto importante e cioè che sbagliamo, a mio avviso, a giudicare l’alimentazione per il suo effetto su di noi. Dobbiamo pensare all’alimentazione come substrato culturale, come collante sociale. Imparare a conoscerne i contorni, i presupposti, gli effetti e immagazzinare tutto, per poi agire con più consapevolezza nel mondo.

L’alimentazione è fatto economico, dobbiamo guardare con attenzione oltre l’alimento che abbiamo nel piatto, sincerandoci che ci rispecchi. Questo è forse la cosa più difficile da fare, perché presuppone un lavoro lungo e difficile. Il primo passo è divenire sordi alle parole del marketing e iniziare ad imparare la lingua segreta delle parole bianche, quelle lasciate tra una riga e l’altra. Non prendere mai posizioni, perché anche prendere posizione, a volte, vuol dire cedere al diavolo della semplificazione e banalizzazione. Sempre porsi domande. Sempre cercare risposte. Sbagliare in continuazione, perché è giusto così.

L’alimentazione non è un fatto intimo, ma è intimo il suo utilizzo, con la sua capacità sinestetica di mettere in fibrillazione i ricordi. Il cibo troppo spesso però diventa strumento di serenità forzata e questo non va bene. Io che ogni tanto mangio per noia lo so bene, dobbiamo imparare a non farci scudo degli alimenti. A volte può anche essere premio, trasgressione liberatoria, ma mai diventare sostituto di qualcos’altro. Non è nell’alimentazione il problema, e la sua distorsione il vero nemico.

L’alimentazione non è mai banalità. Il cibo non deve mai essere luogo comune. Anche a costo di rinunciare ad un po’ di belle parole, come “chilometro zero”, come “sano”, “di una volta”, bisogna riportare la nostra narrazione sui sentieri meno banali e scontati, su sentieri più accidentati. Bisogna guadare fiumi o aprirsi varchi tra i rovi alti, non importa. Perdiamo un po’ più di tempo nel comprendere il mondo e un po’ meno a raccontarlo. L’alimentazione è fatto insito in noi, ci supporta in silenzio in questo dolce vagare.

Non voglio dilungarmi oltre, anche perché l’argomento è vastissimo, e soprattutto voglio far fede al buon proposito di parlare meno. Ci sono diversi argomenti d’attualità, come il rapporto industria e cibo sano, o tra il “senza” e il “salutare”. Sono tutte semplificazioni, tutte banalizzazioni dannose. Mi riservo di ritornarci in seguito. Intanto mi premeva una riflessione sull’alimentazione, a due giorni dalla giornata mondiale dell’alimentazione.

 

Rispondi