Il prezzo delle cose

Gentili lettori e gentili lettrici, ecco cos’ho da dirvi in un torrido giovedì di agosto. Terminate le vacanze riprendo le fila del discorso, quel lungo discorso che come un fiume, nasce limpido e freddo e piano piano che scende la vallata s’ingrossa, acquisisce e incorpora esperienze altrui. Un discorso che insinuato in tutta la mia carriera, in ogni momento lavorativo e non, si è raffinato, è cresciuto, s’è fatto adulto. Di ritorno dalle spiagge, dallo svogliato ozio trascinato di qua e di là in ciabatte, mi rimetto in carreggiata. Devo dirvi, amici miei, che quello che voglio mettere in piedi, articolo dopo articolo, è un mondo, il mio mondo, ideale, quello dove tutto è chiaro, c’è il bene e c’è il male, c’è il giusto e lo sbagliato. In questo mondo c’è un equilibrio, un fulcro attorno al quale tutte le parti si stabilizzano. Fino ad ora ho parlato di questioni astratte, l’etica, la sostenibilità, il senso di collaborazione, quello di appartenenza. Oggi voglio ragionare su un fattore che è invece saldamente ancorato al suolo, sfacciatamente terreno: il prezzo.

Vi risparmio la carrellata di cronaca estiva in questa sede (anche se non mancherò di fornire adeguata rassegna stampa ai fortunelli che si sono già iscritti a BABAnews, o chi temerario deciderà magari di iscriversi in questo momento) da cui è scaturito tutto il ragionamento che segue e da cui ho iniziato una prima esplorazione di un argomento da tutti conosciuto e da tutti ignorato, quanto costa in termini umani e sociali la merce che acquistiamo? Ma soprattutto, chi paga il mio risparmio?

E certo, perché dobbiamo smetterla di pensare che il mio risparmio nel carrello della spesa sia stata gentile concessione del supermercato! Non è così! Così come il Casinò non regala soldi a nessuno, ma la sciagura di tanti lo fa. Il discorso vale anche quando si parla di spesa. Una farfalla batte le ali qui, un colpo di ciglia, un sorriso beffardo per una latta di pelati sottocosto all’Eurospin e dall’altra parte del paese un camioncino carico di schiavi -certo, schiavi, in Italia, il 16 agosto 2018, io, folle, parlo di schiavitù nell’olimpo dei diritti degli uomini e delle donne- si schianta contro un tir, BOOM..12 morti. Grazie al cielo i pomodori che trasportano mitiga il colore del sangue, così ci rimane il dubbio che sia uno o l’altro. Resta il fatto che un filo sottile e trasparente collega questi due avvenimenti. Possiamo far finta che no, non c’è nesso, ma c’è.

E allora? Di chi è la colpa? Di tutti. E di nessuno. Perché è proprio così che funziona questo sistema economico. Il capitalismo non ridistribuisce le ricchezze, ridistribuisce le colpe.

Dario De Marco, su Minima&Moralia, in un interessante articolo che troverete in BABAnews, ce lo dice con una prosa tagliente, con realismo caustico. Quindi 12 uomini sono morti, stipati come bestie in un camioncino che li portava ai campi di pomodori, e il fardello 12 volte immane della loro vita sarà equamente ripartito tra 60 mln di abitanti. Come dire, non rimane che qualche grammo di colpa per ognuno di noi. Vorrei tanto che non fosse così, che il peso della morte rispondesse a leggi fisiche proprie, per cui andasse moltiplicato per ogni spalla che debba sostenerlo, ma sappiamo tutti che non è così. Sappiamo tutti che il sangue verrà coperto dal colore del pomodoro e in quel rosso acceso verrà dimenticato. Nel mio piccolo, in questi giorni ho imparato una cosa, che esiste un’entità chiamata GDO, GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA, lo scrivo in maiuscolo per rendere la potenza di questa Cosa, che compra materie prime a tonnellate, migliaia di tonnellate, e le trasforma. Acquista quindi, diciamo dei pomodori e lo fa con un’asta doppia al ribasso, in cui con un’asta al ribasso fissa il prezzo di partenza per un’ulteriore asta al ribasso. Risultato, tra scegliere di far marcire i propri pomodori o svenderli, si svendono. Poi esistono modi per abbassare il costo di manodopera, per quello c’è sempre tempo. Da qui in poi inizia la storia di 400.000 anime che ogni mattina alle 5 aspettano un camioncino che li carichi e li porti nei campi per farsi 12 ore di raccolta a 20 euro o poco più.

Il problema vero è che la vituperata GDO altro non è che espressione del mercato, del raffinato meccanismo con cui il sistema risponde alla richiesta di noi comuni mortali che giorno dopo giorno cerchiamo il brivido del sottocosto, del 3×2, che fremiamo alle parole sconto, ribasso, svendita.

Fa paura certo pensare che il mercato globale sia tanto meschino e che, soprattutto, il mercato globale siamo noi, noi che lo foraggiamo, noi che lo controlliamo, noi che lo istruiamo. Ma è così, inutile arrovellarsi. Quello che piuttosto possiamo fare è ritrovare la dimensione locale. Riprendere in mano il territorio con l’arma più potente che abbiamo, la scelta. Ne ho già parlato in precedenza in un articolo sulla responsabilità della ricetta, e qui voglio ribadirlo, ritroviamo il potere della comunità, dell’economia locale, perché questo è il primo passo per scardinare i processi logoranti che sottostanno alle dinamiche globalizzate. Scegliere prodotti che non puzzino di speculazione, anche se questo comporti un sacrificio personale, è fondamentale. Come cercano di fare in Campi Aperti, una realtà bolognese che sta cercando di fare proprio questo, in un percorso che dura dagli anni ’90, autogestendo la risorsa più importante, l’agricoltura.

Io, che qualche giorno fa sono andato a far la spesa e ho preso dallo scaffale una latta di pelati ho provato a immaginarmi il viso non del bracciante che l’ha colto, ma di suo figlio che ne piange la morte, magari come Soumayla Sacko, il bracciante-sindacalista ucciso giugno scorso. Forse così è più facile prendere la decisione giusta.

Concludo con un’ammissione personale, io ho sempre accettato tacitamente lo stato delle cose, e qui in BABAlisa voglio creare le premesse per poter cambiare, studiare le alternative. Spero quindi di poter essere utile a qualcuno, dando gli spunti giusti, ma soprattutto voglio ricevere da voi, amici lettori e amiche lettrici, gli spunti per migliorare e crescere. Nella speranza che BABAlisa possa diventare uno spazio condiviso per le idee. Vi prego allora di lasciarmi delle idee, degli spunti o anche delle critiche nei commenti, o sui social network. Da ora in poi userò #pasticceriaetica e chiedo a voi, se vi va, di usarlo per farmi avere vostri spunti.

GRAZIE! E a presto, alle prossime quattro ciance su BABAlisa.

 

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