Collaborazione e il senso comune della comunità

Gentili lettori, gentilissime lettrici, ecco cos’ho da dirvi quest’oggi. Nel post precedente (le parole della pasticceria) ho parlato di parole, che poi sono il nutrimento principale di voi che mi venite a trovare di tanto in tanto, e di parole in particolare che mi sono particolarmente care. C’è un aspetto di una di queste parole, una devianza virtuosa chiamata collaborazione, che è una sorta di responsabilità cumulativa, un mucchio di uomini e donne che mettono assieme il proprio senso di responsabilità. Bene, nel mio ragionamento quotidiano su cosa sia veramente importante per me, mi accorgo sempre di più che quello che io cerco dal mio presente, dal mio lavoro, è un complesso intreccio di idee, ideali, personalità, storie e sogni che a uno sguardo superficiale sembrerebbe la società, ma che a ben guardare è una comunità (e qui il termine non è casuale) responsabile, scevra dell’ipocrisia che tanto infetta ogni aspetto del mondo. Certo suona come l’utopico mondo impossibile di qualche santone, residuo degli anni ’70, ma in realtà è molto più semplice. Se si accetta il ruolo di ognuno di noi nelle dinamiche sociali della comunità a cui apparteniamo, se si  fa nostro il concetto per cui, responsabilità è il collante degli uomini e senza di quello il senso comune si sbriciola, bene allora stiamo creando qualcosa di bello.

Voglio essere più concreto. C’è un posto chiamato Langouet, un piccolo villaggio bretone di irriducibili, a Nord della Francia, in cui, negli ultimi 19 anni, gli abitanti, 600 anime, hanno fatto proprio il senso di responsabilità. Hanno accettato che il bene comune è fatto di dare e di avere, e hanno costruito una delle cose più pazzesche, un villaggio ad impatto zero. Applicano i principi del buon senso e non solo. Producono cultura, ricercano e divulgano. Si autofinanziano, i più ricchi metto a disposizione dei fondi per promuovere la crescita locale. Il comune finanzia la comunità e la comunità finanzia il comune, in una sorta di villaggio autonomo, che rigetta l’ipocrisia, e ricerca il bene comune. Fa quell’unica cosa che noi uomini abbiamo per cambiare le cose, agisce.

Ovviamente è partita la corsa a trasferirsi a Langouet, nella cieca e stupida febbre dell’eldorado, e il sindaco riceve migliaia di richieste a cui risponde di no, almeno in una grandissima parte dei casi. Di qui si innesta una riflessione su quanto il successo di questo paesello sia frutto di un processo condiviso, appunto di una collaborazione, di una mutualità responsabile. Sono uomini e donne consapevoli, che hanno agito, in un processo lungo, fatto di sacrifici, rinunce, di battaglie perse, battaglie vinte, di intuizioni anche. Nessuno deve andare a vivere a Langouet, perché questo distruggerebbe Langouet stesso, il suo significato. Noi dobbiamo guardare a quel villaggio, dialogare, confrontarci, ma poi intraprendere la nostra via. Perché l’utopia della sostenibilità che lì ha avuto compimento si fonda e si sostiene non sulla fisicità dei suoi abitanti, non sulle loro braccia forti, ma sulle loro lacrime, il loro sudore, sullo sguardo perso e sconsolato di taluni e sui sospiri di talaltri, così come sulla tenacia di chi li consola. Dobbiamo essere, noi umanità perduta, una volta tanto intelligenti e lungimiranti e accettare di prestare il nostro ego ad una causa comunitaria.

Concludo facendo un appello alla mia terra, il Canavese, in cerca di anime buone che siano interessate a costruire qualcosa. Qualcuno che partendo dal proprio lavoro sia disposto a costruire una comunità responsabile e sostenibile. Qualcuno che abbia voglia di riprendere in mano il caro e vecchio Laboratorio Sociale per renderlo attuale e magari attuabile.

Perché possiamo tutti essere Langouet.

Ho raccolto materiale e continuerò a farlo, nel tentativo creare una base culturale a questo sogno. Se siete interessati lasciatemi la vostra mail qui così da poterlo condividere e magari confrontarsi.

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